sabato, 10 febbraio 2007

“Foibe”

ERAN GIORNI DI SANGUE

ERAN GIORNI SENZA FINE
PERLE ORDE SLAVE L'ULTIMO CONFINE
ERAN GLI ULTIMI FUOCHI DI UNA INFINITA GUERRA
E QUEI BARBARI FEROCI VOLEVAN QUELLA TERRA
UOMINI E DONNE  VENIVAN MASSACRATI
LORO SOLA COLPA ITALIANI ESSER NATI
VECCHI E BAMBINI GETTATI NEGLI ABISSI
SPINTI GIU' NEL VUOTO DAI GENDARMI ROSSI
FOIBE NELLA ROCCIA E DI ROCCIA ERA ANCHE IL CUORE
DI UN MARESCIALLO BOIA DI TANTA GENTE SENZA NOME
VENIVANO SOSPINTI CON FURORE E ODIO
VITTIME PRESCELTE PER UN VERO GENOCIDIO
E DOPO 50 ANNI HAN FINTO DI SCOPRIRE
CIO' CHE SEMPRE SI E' SAPUTO
E CONTINUANO A MENTIRE
MA NON AVRA' MAI PACE QUELLA NUDE OSSA
FINCHE' ESISTERA' L'IMMONDA BESTIA ROSSA
E' PASSATO TANTO TEMPO MA IL MIO CUORE GIOISCE ANCORA
QUANDO SIGNORA MORTE SUONO' LA SUA ULTIMA ORA
PER QUEL MARESCIALLO ASSASSINO D'INNOCENTI
PER QUEL BOIA IMMONDO AGUZZINO DI TANTI
E NON POSSO PIU' SCORDARE CHE IL MIO CUORE PIANGE ANCORA
AL RICORDO DI UN PRESIDENTE CHE HA BACIATO LA SUA BARA
PRESIDENTE DI QUELL'ITALIA CHE HA VOLUTO DIMENTICARE
CHI FU MASSACRATO PERCHE' ITALIANO VOLEVA RESTARE



Così la vergogna delle foibe sopravvive all’oblio marxista

di Redazione - giovedì 08 febbraio 2007,
Marx voleva cambiare la storia futura secondo i suoi desideri e, per raggiungere l’obiettivo, creò una filosofia della storia che, mediante la lotta di classe, metteva tutte le cose in ordine come voleva lui. I marxisti hanno fatto la stessa operazione nei vari settori in cui hanno lavorato: politica, storia, filosofia, letteratura, sociologia. La storia delle foibe è esemplare. Per cinquant’anni, come ha detto giustamente il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, i governi del nostro paese hanno dimenticato gli esuli. Il dramma delle foibe e degli istriani e dalmati è stato cancellato perché non trovava spazio nella storia italiana dal 1945 in poi secondo il modello della storiografia marxista che egemonizzò istituzioni, scuole, giornali. Fu cancellato non solo il fatto - le «fosse di Tito» e l’esodo degli italiani - ma anche la sua memoria.
Se cambiamo materia e passiamo dalla storia alla storia della filosofia le cose non cambiano. La Bompiani ha pubblicato «la prima e unica traduzione integrale a livello nazionale e internazionale» della classica raccolta dei frammenti dei Presocratici realizzata al principio del XX secolo da Hermann Diels e Walther Kranz. A curare per l’Italia i frammenti di Parmenide, Eraclito, Pitagora, Anassimandro, Anassimene e i tantissimi altri filosofi che sono, come disse Jean-Paul Dumont, «la memoria della nostra civiltà occidentale», è Giovanni Reale che ha fornito questa «traduzione integrale» proprio per riparare alla «manomissione del sapere filosofico», come ha detto lo stesso Reale ad Armando Torno, operata dai marxisti. Fatto, questo, in sé curioso perché da circa quarant’anni esiste in Italia una traduzione del Diels-Kranz edita da Laterza e curata da Gabriele Giannantoni, un signor filologo. Eppure, proprio questa traduzione, che è ritenuta completa, completa non lo è affatto. Molte sono le omissioni e sono trascurati i problemi filosofici, mentre ci si sofferma su cose non essenziali. Perché? Perché la filosofia italiana, dal secondo dopoguerra, nelle università è stata come sequestrata «da una precisa concezione politica che cercava di svuotare i veri significati delle idee, soprattutto di quelle forti».


L’ateneo anti Coca-Cola vieta mostra su foibe
Il caso a Roma Tre: «Foto troppo crude». I giovani di An sfilano con le immagini al collo. Villari: doveva essere autorizzata
Una delle immagini sulla mostra negata sulle foibe (Benvegnù Guaitoli)
ROMA
- La mostra per ricordare le vittime delle foibe si farà lo stesso. Nonostante la mancata concessione dell’atrio della facoltà di Economia da parte dei vertici dell’ateneo. Gli organizzatori sfileranno, oggi, nel cortile di fronte alla sede universitaria a mo’ di uomini sandwich: con i cartelloni «censurati» al collo. Non accennano a diminuire le polemiche all’università Roma 3, dopo la decisione della preside della facoltà, Maria Paola Potestio, avallata dal rettore Guido Fabiani, di vietare la manifestazione in ricordo delle vittime trucidate tra il 1943 e il 1945: una mostra per un giorno organizzata dai giovani di «Azione universitaria», movimento studentesco vicino ad An, e dal «Comitato 10 febbraio».
«L’ateneo romano è stato l’unico, su 70 università italiane, ad aver negato lo spazio per l’iniziativa», protesta il segretario del movimento Giovanni Donzelli. Un via libera unanime, quello degli altri atenei, che ieri ha messo in imbarazzo la preside Potestio. Dalla «Cattolica» di Milano alla «Sapienza» di Roma, la mostra ha ottenuto il permesso. «Se è così sono felice», risponde la preside. E non c’è ironia nelle sue parole: «Il mio "no" - spiega - è stato dettato dalla crudezza di certe immagini. Anche l’idea di esporre la prima pagina dell’"Unità" all’indomani della morte di Tito mi è parsa una provocazione. Ho pensato che una mostra così potesse accendere gli animi e suscitare tafferugli. Ma se altrove tutto andrà liscio ammetterò pubblicamente di aver sbagliato, chiedendo scusa». Una decisione, la sua, presa in totale autonomia? «Non mi faccia domande imbarazzanti». Ma la domanda è d’obbligo: ha deciso lei di vietare la mostra? «Sì. Ma mi sono consultata con il rettore».
A indicare direttamente nel «magnifico» Guido Fabiani «il vero e unico censore» sono gli stessi studenti di «Azione universitaria». Ma lui, già assurto nel marzo scorso ai ranghi della cronaca per il caso «Coca Cola» (una delibera in cui, dopo un’ipotesi di boicottaggio, si scelse di «affiancare» alle bibita, nelle macchinette dell’università, anche prodotti del consumo equo e solidale), difende la sua scelta: «Nessuna censura. Siamo pronti a trattare questa materia, serissima, in maniera seria. Nessun problema a concedere spazi per iniziative che si addicano a un’università. La storia nelle aule va bene, ma la politica resti fuori».
Giustificazione che però lascia perplessi alcuni «big» che nelle aule di Roma 3 insegnano.
«Non capisco perché non sia stata autorizzata - si stupisce lo storico Lucio Villari - tanto più in un momento in cui le alte cariche dello Stato celebrano giustamente il ricordo di una tragedia. Probabile che la mostra avesse una coloritura politica, ma ciò significa poco». Sulla stessa linea Linda Lanzillotta, docente e membro della direzione della Margherita: «Sono contraria a ogni forma di divieto per l’espressione di opinioni, anche se frutto di una visione storiografica discutibile». «Contrario a ogni censura» anche il filosofo Giacomo Marramao, che però giustifica Fabiani: «Giusto ricordare le vittime dell’orrore. Ma, se organizzata da studenti, una mostra congiunta su foibe, gulag e campi di concentramento sarebbe stata più opportuna».
Edoardo Sassi
09 febbraio 2006
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categoria:riflessioni, foibe
lunedì, 05 febbraio 2007
IO CREDO

Non so il tuo nome, né dove, né quando sei nato,
non so che studi hai fatto,
non sono un benpensante,
non so che religione professavi,
non sono un prete,
non so di che colore era la tua camicia o il tuo fazzoletto,
non sono un politicante!
So di te unicamente che sei morto,
so di te unicamente che hai lottato.
Eppure io ti conosco meglio di chiunque altro,
ora che due metri di terra hanno ricoperto le tue ossa,
ora che l’ipocrisia inutile dei discorsi si è spenta,
ora che sei un ricordo, ora ti voglio parlare.
Perché sei morto? Non importa, ci credevi!
È stato inutile? Non importa , ci credevi!

La tua splendente giovinezza
Non accarezza più la tiepida e profumata aria di primavera,
il sangue caldo è fuggito da te in stille di rubino lucente
per conquistare un sogno.
Ci credevi! E non ci sei più.
Sono tutti fuggiti, gli altri,
ma nei tuoi occhi tristi
era scritto un credo che parlava più forte,
nel silenzio;
le tue mani pulite
si sono alzate al cielo in un inno alla giustizia,
ma erano solamente le tue mani
guidate da un cuore divino
che hanno lottato per la libertà.
Troppo poco forse,
gli uomini non ti hanno voluto:
tu credevi!
Il mondo non vuole rischiare con quelli come te,
che sognano la giustizia, la libertà, l’onore,
non servono queste cose a chi vive.
Tu sei morto. Non importa perché!
Tu credevi, e non importa che cosa!
Tu sognavi il mio sogno, e sei morto!

Ti hanno definito in mille modi:
i tuoi genitori ti hanno chiamato sensibile,
gli amici hanno detto che eri strano,
la scuola irrequieto,
la stampa teppista,
la polizia delinquente,
il medico ora ti ha definito morto!
Così,
sotto questo cumulo di giudizi
ti hanno sepolto,
ma cosa potevano dire,
ma cosa potevano fare;
tu, uomo qualunque,
nel tepore accogliente della tua casa
che pensi,
che sogni,
in che credi,
a niente?
No, anche tu credi,
sogni qualcosa
ma non è il mio sogno,
tu credi nel denaro,
nel benessere,
nel quieto vivere,
io no,
io credo, e non importa che cosa.

Io combatto anche per te , uomo qualunque,
ma tu non mi ascolti;
io muoio anche per te, uomo qualunque,
e tu mi disprezzi.
Perché? Non importa!
I miei occhi malinconici,
la mia splendente giovinezza,
il mio caldo sangue color rubino io te li
dono, uomo qualunque.
Io non ho le tue ricchezze,
non voglio per me il tepore accogliente della
tua casa,
tutto ti lascio,
anche la mia vita,
io credo,
non importa che cosa!



ora una canzone  perchi ha voglia di riflettere ;


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categoria:destra, fascismo, onore, io
domenica, 04 febbraio 2007






46.000 ungheresi rimasero uccisi negli scontri, 228 furono condannati al plotone d'esecuzione
75.000 vennero deportati in Russia, 8.000 dei quali non tornarono mai più

23 ottobre 1956. A Budapest migliaia di manifestanti scendono in strada in segno di solidarietà con l’immensa protesta di operai e studenti Polacchi repressa col sangue un mese prima. Viene abbattuta la statua gigante di Stalin nel parco municipale.

Il numero uno del Partito Comunista, parla alla radio: insulta gli studenti e gli operai e respinge le loro richieste. Poi ordina alla polizia politica di sparare sulla folla ammassata davanti al palazzo della radio: muoiono in 12. I manifestanti si impadroniscono delle armi di decine di poliziotti che non oppongono resistenza. Nella notte i blindati della 92ma divisione dell'Armata Rossa entrano a Budapest. Il 25 ottobre, inizia la rivolta in altre dieci città, cinque radio clandestine trasmettono nel paese, vengono distribuiti giornali clandestini e sono costituiti alcuni consigli di fabbrica.


31 ottobre.
 I blindati si ritirano dalla capitale. Mosca invia finti negoziatori che,

per guadagnare tempo, assicurano che l'Armata Rossa sta lasciando il paese. Invece dopo quattro giorni i carri armati sovietici entrano a Budapest, la gente si difende con armi leggere e bottiglie molotov. I combattimenti continuano fino al 9 dicembre.  Il 12 dicembre, quando viene istituita la legge marziale, i lavoratori proclamano uno sciopero generale, che durerà fino al 13 gennaio, quando viene decisa la pena di morte contro tutti gli scioperanti.

Il 20 marzo, il primo ministro si reca a Mosca a rendere omaggio all’intervento sovietico. Il 27 aprile firmerà gli accordi di "stazionamento temporaneo" delle truppe sovietiche in Ungheria. vi resteranno ancora trentadue anni.

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categoria:storia, fascismo, onore, fedeltá, ragazzi di budapest