sabato, 22 dicembre 2007

Rudolph Hess

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pallanimred.gif (323 byte) Il caso Hess: la misteriosa missione in Inghilterra nel 1941

a cura di Francesco Ranocchi

 

 

"Ho avuto la fortuna di vivere  molti anni della mia vita a fianco di uno degli uomini più grandi che il mio popolo abbia mai espresso nel corso della sua storia millenaria. Sono felice ed orgoglioso di aver fatto il mio dovere come tedesco, come nazionalsocialista, come fedele al Führer. Non rimpiango niente. Se dovessi ricominciare, agirei nello stesso modo: anche sapendo che alla fine della mia vita mi aspetta il rogo.
Poco mi importa di ciò che possono farmi gli uomini. Comparirò davanti all'Onnipotente. E' a lui che debbo rendere conto, e so che mi assolverà."
 Fin qui la versione più accreditata tra i vari storici, ma ci sono delle correnti minoritarie, tra cui quella autorevole sostenuta dall’architetto Wolf Rudiger Hess, figlio di Rudolf Hess e suffragata dall’illustre storico tedesco, Ulrich Schlie.Tutta la vita di Rudolf Hess è contrassegnata dal suo profondo legame con il mondo dell’occulto, anche dopo l’ascesa al potere del fuhrer, fino alla sua morte, avvenuta nel settantesimo anniversario di quella Thule di cui aveva fatto parte; particolare risalto ha avuto pertanto anche l’ipotesi che Hess fosse in contatto con sette esoteriche inglesi, pronte ad aiutare il nazional-socialismo nei suoi propositi di pace separata; in questo inquietante quadro, spunta la macabra figura di Aleister Crowley, la Grande Bestia dell'Ordo Templi Orientis, che avrebbe fatto parte dei personaggi in stretto rapporto con Rudolf Hess.

Rudolph Hess Norimberga 31 agosto 1946

 

Sabato 10 maggio 1941, un giorno qualunque nel drammatico contesto delle vicende del secondo conflitto mondiale, diviene una data destinata ad entrare nella storia: alle 6 del pomeriggio, un Messerschmitt 110 tedesco decolla dall’aeroporto militare di Augusta; trascorse poche ore lo stesso aereo, attraversa il mare del nord e, dopo aver eluso il controllo della RAF, immergendosi nella nebbia, sorvolando la contea del Lancashire, atterra in Gran Bretagna, presso il villaggio di Heaglesham, posto nelle vicinanze del castello di Dungavel, residenza del duca di Hamilton, lasciando dietro di sé il suo pilota, catapultatosi fuori col paracadute.

Ai soccorritori, accorsi al suo capezzale, il misterioso aviatore dichiarò di chiamarsi Alfred Horn e di avere un messaggio urgente per il duca di Hamilton.

Ma quell’uomo non era una persona qualsiasi, né tantomeno quell’Alfred Horn che aveva detto: quell’uomo era infatti Rudolf Hess, il delfino del fuhrer, il camerata della prima ora, l’amico fidato cui Hitler dettò, nel carcere di Landsberg, il mein kampf.

Veniva così a determinarsi uno dei più grandi misteri della storia, ancora oggi irrisolto e che continua a dividere gli storici circa le sue ragioni.

Cosa ci faceva il potentissimo Rudolf Hess nella nemica Inghilterra? Hitler era o meno al corrente di quel volo? Quali furono i reali motivi di quel viaggio? In quale maniera ebbe ad incidere nella decisione del vice-fuhrer il misterioso legame ed intreccio del nazional-socialismo con il mondo dell’esoterismo?

L’unica certezza è che il solo testimone in grado di chiarire la portata di quella decisione, ossia lo stesso Hess, ha lasciato questo mondo il 17 agosto 1987, con la morte avvenuta nel carcere di Spandau, anch’essa circondata da enormi dubbi e da un profondo alone di incertezza; fu morte naturale o suicidio? E perché si sarebbe dovuto eliminare un vecchio di 93 anni ormai totalmente scollegato dalla realtà? Forse per rimuovere per sempre la verità su quel tenebroso viaggio avvenuto ben 46 anni prima?

Come si vede si può ben parlare di caso Hess e dagli enigmi di un uomo le cui vicende sono state, sono e saranno sempre avvolte dal più profondo mistero, andando ad incrementare i già fitti, macabri vincoli del regime della svastica con componenti esoteriche e con il mondo dell’occulto.

Per capire qualcosa in merito a questa vicenda, bisognerà pertanto attendere il 2017, anno in cui sarà finalmente possibile accedere al famoso dossier Hess, che, per il momento, congelato negli archivi inglesi, rappresenta soltanto uno spettro in attesa di concretizzarsi, come se dovesse celare un qualcosa di sconvolgente.

Secondo quanto già indicato in precedenza, varie teorie sono state avanzate su quel viaggio e la più seguita ed accreditata avrebbe voluto un Hess, caduto in disgrazia agli occhi del suo grande amico Hitler, tentare di riabilitarsi, cercando, all’insaputa dello stesso Hitler, di esaudire quello che credeva il desiderio del fuhrer di concludere una pace con l’Inghilterra, per poi attaccare e distruggere il grande nemico bolscevico.

In più di una occasione Hitler aveva infatti manifestato i suoi propositi di amicizia con gli inglesi, a cominciare dal 24 maggio 1940, quando, dopo la dilagante guerra lampo, in grado di travolgere, nel giro di poche settimane, gli eserciti alleati, diede, a Charleville, l’ordine di non attaccare il corpo di spedizione inglese, schiacciato, senza alcuna possibilità di fuga, nel porto di Dunkerque, in attesa di reimbarcarsi per la madrepatria, insieme ai resti delle truppe francesi.

Hitler avrebbe ben potuto annientare le forze alleate ed anche attaccare un’Inghilterra pressoché priva di difese, ma non lo fece.

Probabilmente dietro a quella sorprendente decisione, vi fu la volontà di Hitler di attirarsi la benevolenza di quello che considerava uno stato amico e che era stato costretto a combattere a malincuore.

Più d’una volta il fuhrer si espresse in termini positivi nei confronti dell’Inghilterra e che facevano ben comprendere il suo proposito di unire in alleanza i due grandi popoli del nord.

Alcune testimonianze delle convulse fasi della ritirata di Dunkerque riferiscono che "...quando Hitler visitò il quartier generale, ci stupì parlando con ammirazione dell'impero britannico, della necessità della sua esistenza e della civiltà che la Gran Bretagna aveva portato nel mondo. Paragonò l'impero alla chiesa cattolica e disse che erano entrambi elementi essenziali della stabilità del mondo. Asserì inoltre che dalla Gran Bretagna voleva solo il riconoscimento della posizione tedesca nel continente"; "Il Fuhrer è terribilmente nervoso. Spaventato dal successo, non ha il coraggio di sfruttare la situazione e vorrebbe metterci le briglie"; altri raccontano che in una circostanza Hitler, seduto a tavola, esclamò rassegnato " che cosa devo fare per ottenere la loro amicizia"?.

 

 

Hess pertanto avrebbe deciso, sulla base di un presunto tacito consenso del suo grande amico, di prendersi la responsabilità di avviare le trattative con il governo di Sua Maestà al fine di ottenere una pace separata, ma le cose gli andarono male, sia in Gran Bretagna, sia in patria, ove la sua missione sconvolse l’opinione pubblica, i gerarchi e soprattutto lo stesso fuhrer, il quale nell’apprendere la notizia sarebbe scoppiato in lacrime.

All’indomani di quella clamorosa missione, Hitler, senza alcun rimpianto o remora, sconfessò pesantemente il suo ex delfino, con un comunicato radio ove fu durissimo, parlando di profonde turbe psichiche dalle quali sarebbe stato afflitto il camerata Hess; dopo anni e anni di simbiosi, terminava dunque brutalmente la profonda unione tra i due personaggi, che avevano vissuto, dalle primissime origini, la parabola ascendente del nazismo, a partire dalla misteriosa ed enigmatica setta esoterica Thule, da cui aveva tratto origine il partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi.

 

In un articolo scritto per la Welt am Sonntag il figlio del numero due del III reich parte dal suo desiderio di far chiarezza sulla morte del padre, che, in luogo del suicidio, sarebbe stato ucciso, proprio per coprire la verità sui misteri legati alla sua missione del 10 maggio 1941.

L’architetto Hess sottolinea innanzitutto come le ultime lettere ricevute dal carcere, non evidenziavano alcun riferimento a propositi di suicidio; ma l’elemento determinante per dimostrare l’assassinio del leader nazista verrebbe dalla seconda autopsia che la famiglia affidò a un autorevole medico legale di Monaco, il professor Wolfgang Spann.

Il dottor Spann, annotò infatti che: "Le risultanze dell'indagine nel caso Hess ci autorizzano a dichiarare che quanto in un primo tempo sostenuto dalle autorità militari britanniche non può essere avvenuto". Le fotografie del cadavere, infatti, "mostrano senza possibilità di dubbio" una grave contraffazione delle prove esibite dagli inglesi: "Il segno lasciato sul collo dalla corda è totalmente orizzontale, mentre nel caso di un suicidio per impiccagione con la corda attaccata alla griglia di una finestra (così fu trovato Rudolf Hess), il segno dovrebbe essere di forma triangolare, e correre dal basso verso l’alto".

 

 

Secondo il figlio di Hess, pertanto, la versione inglese, che parla di un suicidio derivante dall’insofferenza per le molestie riservate dai sorveglianti, non convince ed è difficile in realtà dargli torto:

l’ultimo gerarca di Hitler era vigilato 24 ore su 24 da un reparto di 54 persone, all’interno di un carcere, quello di Spandau, che poteva contenere 600 prigionieri e ove questi era l’unico detenuto; senza contare che Hess era ormai un vecchio confuso, pressoché incapace di intendere e di volere e, particolare da non trascurare, indebolito e fiaccato nel fisico dai suoi 93 anni.

Di certo, qualora realmente il vice-fuhrer si fosse tolto la vita, c’è un particolare sorprendente, che denoterebbe un ultimo squarcio di inquietante lucidità, all’interno di una mente ormai assente:

Hess è infatti deceduto il 17 agosto 1987, nel giorno del settantesimo anniversario dalla fondazione della misteriosa società Thule, da cui tutto si originò.

Tornando alla versione di Wolf Hess, che avalla, come sopra riportato, quella dall’illustre storico tedesco, Ulrich Schlie, gli alleati avrebbero pertanto volutamente chiuso la bocca al padre, per impedire che venissero a galla i reali retroscena di quel misterioso volo.

L’architetto sostiene infatti che la missione fu preparata dettagliatamente dal padre e dallo stesso Hitler, i quali avrebbero agito, come ai bei tempi, in perfetta sintonia tra di loro; ciò sarebbe suffragato dal contenuto dell’ ultima lettera inviata da Rudolf al suo fuhrer, scritta quando il piano di una pace separata era ormai svanito"Mio Fuhrer, muoio nella convinzione che la mia ultima missione, quand'anche conclusa dalla morte, porterà dei frutti. Probabilmente il mio volo provocherà, nonostante la mia morte o per l'appunto grazie alla mia morte, la comprensione con l'Inghilterra. Heil Hitler, il vostro fedele H.".

 

 

Quale motivo avrebbe dovuto avere Hess per compilare una lettera del genere, diretta ad un uomo profondamente adirato e nella quale non è dato denotare un minimo segnale di pentimento o di scusa?

Hitler sarebbe pertanto stato perfettamente a conoscenza del piano e la sua reazione soltanto una strategia palesemente volta a salvaguardare l’immagine del regime e la sua intransigenza verso i nemici.

Non si può inoltre fare a meno di osservare come il viaggio di Hess, sia avvenuto nell’imminenza dell’"Operazione Barbarossa" contro l’Unione Sovietica di Stalin, considerata il vero obbiettivo della guerra, in forza della lotta al comunismo e dell’applicazione della teoria dello spazio vitale ad est, dell’espansione cioè del popolo ariano verso i territori dell’est Europa, in ragione degli insegnamenti di uno dei personaggi che maggiormente influenzarono, nell’immediato dopoguerra, sia lo stesso Hess che Hitler, ossia il professore di geo-politica Karl Haushofer.

Una pace separata con l’Inghilterra sarebbe stata oro colato per il grande reich, che avrebbe in questo modo avuto l’occasione di attaccare indisturbato il nemico bolscevico, evitando di combattere su due fronti, come avvenne per l’impero di Guglielmo II, durante la prima guerra mondiale.

Si può facilmente supporre che, al fine di attuare questo proposito, Hitler, che non poteva esporsi pubblicamente, avesse bisogno di un uomo cui riservare la più cieca e totale fiducia, di un uomo che non l’avrebbe mai tradito e chi meglio del grande amico e camerata Hess poteva incarnare questa figura? Chi meglio dell’uomo che fin dall’inizio aveva dimostrato ad Hitler, una devozione talmente morbosa da indurlo a seguirlo in prigione rinunciando alla libertà quando, dopo il putsch, riuscì a trovare la fuga? Chi meglio dell’uomo che scrisse di pugno, dietro dettatura, il "mein kampf"?

Hitler scelse pertanto il suo più fedele seguace per eseguire la delicatissima missione di attuare quanto concertato a tavolino, per un piano i cui dettagli resteranno sempre avvolti nel mistero e che ha dato adito a molte supposizioni, alcune delle quali vanno oltre l’ipotesi di una semplice pace con il governo di Sua Maestà.

A conferma di ciò lo stesso Wolf Hess ci fornisce ulteriori particolari circa i dettagli di quello che, secondo lui, era il vero piano elaborato, lo si ripete, dal fuhrer e da suo padre; quel volo non doveva portare, come i più suppongono, ad una trattativa con l’esecutivo inglese in carica, in quanto Churchill avrebbe rifiutato ogni apertura, ma avrebbe avuto il fine di fomentare un vero e proprio colpo di stato, favorente il cosiddetto "gruppo della pace", indirizzato alla conclusione dell’auspicato accordo; tale tesi è stata sponsorizzata anche dallo storico esperto di questioni di spionaggio e intelligence, David Stafford, in "Rudolf Hess: the Flight to Scotland".

 

 

Invece lo storico Peter Padfield, autore di "Hess: the Führer’s Disciple", pur concordando con la teoria del perfetta sintonia tra Hess e Hitler circa l’esecuzione di quel viaggio, azzarda l’ipotesi che i due siano stati vittima di un diabolico piano elaborato da un’organizzazione segreta di propaganda creata dal governo inglese e dal nome "Political Warfare Executive", pronta a creare, agli occhi degli stessi, la parvenza di un prossimo colpo di stato a favore del sopraccitato "gruppo della pace", di chiare tendenze filo-naziste e dunque prossimo a cessare le ostilità, in vista di un imminente attacco in massa contro l’Unione Sovietica.

Senza tralasciare le tesi più suggestive, come quella indicata da Stephen Prior, Clare Pcknett e Clive Prince, esposta in una lunga inchiesta a puntate sul quotidiano "Mail on Sunday", in un libro ("Double Standards") ed in un documentario televisivo ("Hitler and Hess"), secondo cui Hess sarebbe morto, nell’agosto 1942, nello stesso incidente in cui perse la vita l’allora Duca di Kent, il fratello più giovane di re Giorgio VI, con cui l’ex camerata della prima ora era da tempo impegnato in colloqui di pace.

La vicenda avrebbe poi raggiunto livelli grotteschi con la sostituzione di Hess con un sosia, per nascondere la reale dinamica dei fatti, ipotesi sostenuta anche da Hugh Thomas, il medico legale che lavorò a Spandau negli anni Settanta.

Secondo le convinzioni del dottor Thomas, Hess sarebbe stato abbattuto dalla RAF, durante il suo volo in Inghilterra e sostituito, per l’appunto da una controfigura, eliminata scientemente a Spandau nell’agosto del 1987, per coprire la verità dei fatti, che, se venuta a galla, avrebbe rivelato la volontà del governo di Sua Maestà di scendere a patti con il III reich.

In questo quadro enigmatico si inserisce pure la componente esoterica che aggiunge pagine di ulteriore mistero alla già misteriosa missione di quel 10 maggio 1941.

Come noto Hess, come Hitler, nell’immediato dopoguerra, ebbe stretti legami con misteriose società esoteriche ed in particolare con la società Thule, cellula embrionale del partito nazional-socialista.

 

Quella sconvolgente missione sarebbe stata pertanto accompagnata da motivi sommersi, avvolti dal mistero e talmente pregiudizievoli da indurre le autorità alleate ad organizzare l’uccisione del gerarca nazista, avallata da Wolf Hess, Ulrich Schlie, dal dott. Thomas e sulla quale è intervenuto anche l'ex direttore americano del carcere di Spandau Eugene Bird, la cui testimonianza e le cui parole lasciano poco spazio ad eventuali dubbi:

"Rudolf Hess fu assassinato. Il suo non fu un suicidio. La storiella del suicidio fu assurda. Come poteva un vecchio, ormai incapace persino di allacciarsi le scarpe e di impugnare le posate, appendere una corda vicino al soffitto e passarsela intorno al collo?"

Secondo lo stesso Bird, il delfino di Hitler sarebbe stato strangolato da un guardiano americano di colore, Anthony Jordan, in una baracca del giardino del carcere, distrutta prontamente due ore dopo il fatto.

I mandanti dell’omicidio sarebbero da individuare nei servizi segreti britannici i quali non solo temevano che Gorbaciov, in linea con la sua politica riformista e di disgelo, decidesse di liberare il prigioniero ma anche, come sopra indicato, che venissero alla luce i reconditi e celati, reali motivi della sua missione in Inghilterra, in grado di nuocere all'immagine di Churchill e di svelare verità nascoste riguardanti le vicende del secondo conflitto mondiale.

Queste preoccupazioni avrebbero giustificato l’eccessivo zelo delle autorità alleate in merito alle severissime misure di sicurezza circa la prigionia di un uomo ormai innocuo e pressoché incapace di intendere e di volere:

oltre a vivere in una cella di m. 2,70 x 2,30, che prendeva luce da un’unica finestra, oltre ad essere sorvegliato a vista da un gruppo di oltre 50 guardie, ad Hess erano solo concessi due minuti al mese di colloquio con la moglie e il figlio alla presenza di un guardiano; evidentemente forte era il timore che qualcosa potesse trapelare, sconvolgendo quelle che erano ritenute e sono ritenute tutt’ora certezze ormai acquisite in merito ai drammatici avvenimenti che per ben 6 lunghi anni, sconvolsero il mondo, fino alla caduta del nazional-socialismo.

Rudolf Hess, l’enigmatico Hess, l’iniziato nero del III reich, continua dunque a far parlare di sé, come in vita, anche dopo la sua scomparsa:

quel che è certo è che l’unica ragione della sua esistenza era solo e semplicemente, non tanto il partito nazional-socialista, ma Adolf Hitler stesso, in una contemplazione quasi maniacale, in una devozione assoluta, per la quale immolò la sua stessa libertà, da quel giorno di maggio del 1941, fino alla morte avvenuta nel 1987; in questo quadro di misteri, appare comunque evidente che Hess, anche qualora quell’azione fosse stata concertata con lo stesso Hitler, non tradì mai il suo grande amico, mantenendo fino all’ultimo la consegna del silenzio e non facendo parola con nessuno sugli inquietanti risvolti del suo misterioso viaggio; la sua totale sottomissione all’amato fuhrer rappresenta l’unica certezza di questo macabro quadro così come la sua fedeltà fino alla morte per quanto fatto e compiuto per la gloria dell’aquila nazista.

 In attesa dell’apertura, nel 2017, di quel famoso dossier.

 

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giovedì, 20 dicembre 2007

Il principe Filippo ammette i legami di famiglia con il nazismo
Tratto da www.movisol.org/znews063.htm
29/03/2006 Movimento e Solidarietà

Dopo sessant’anni di silenzio, il principe Filippo d’Edimburgo, consorte della regina d’Inghilterra, ha ammesso per la prima volta che la sua famiglia, i Mountbatten (Battenberg), era ben collegata ai nazisti. Tutt’e quattro le sue sorelle sposarono principi tedeschi e tre di esse aderirono al Partito Nazionalsocialista. Filippo lo racconta in un’intervista che introduce un nuovo libro intitolato “Royals and the Reich” e Andrew Levy gli ha dedicato un breve articolo sul Daily Mail del 6 marzo. Tra le foto del c’è anche quella sopra riprodotta, dove il sedicenne Filippo (cerchiato di rosso) sfila al funerale della sorella maggiore Cecile nel 1937 accompagnato da ufficiali del regime in uniforme. In seconda fila si dinstingue suo zio lord Mountbatten con in capo il bicorno della Royal Navy.

In un’altra foto del libro la sorella più giovane, Sophia, siede di fronte ad Hitler in occasione del matrimonio di Hermann e Emmy Goering. Il marito di Sophia era il principe Christoph d’Assia, direttore dei servizi segreti di Goering.
Per spiegare tanta attrazione verso i nazisti Filippo oggi afferma: “Si verificarono molti miglioramenti come ad esempio i treni in orario e nuovi edifici. C’era un senso di speranza dopo il caos da depressione della Repubblica di Weimar.
“Posso capire che la gente si aggrappò a qualcosa o qualcuno che sembrava fare appello al patriottismo e cambiava le cose. Non puoi capire quando fosse seducente”. Aggiunge che “allora c’era molto entusiasmo per i Nazisti, l’economia andava bene, eravamo anti-comunisti e chi lo sapeva che cosa sarebbe capitato al regime?”

Come è noto poi il principe Filippo, insieme al tesserato nazista principe Bernardo d’Olanda, costituì il WWF e diffuse l’ideologia ambientalista con l’intento di continuare a fare appello sui sentimenti ingenui della popolazione, che non sa che cosa gli stia capitando.
Lyndon LaRouche ha dedicato a questa notizia un breve articolo intitolato “La monarchia britannica e Hitler” che riproduciamo di seguito.

  La Monarchia inglese e Hitler
di Lyndon LaRouche
Tratto da www.movisol.org/znews063.htm

26 marzo 2006 — I ricordi del principe Filippo d’Edimburgo sui collegamenti di famiglia con il nazismo si assommano ad alcuni sviluppi attorno alla campagna in corso per scaricare gli amici di Dick Cheney dal governo britannico del primo ministro Tony Blair. Non soltanto il re Edoardo VII, ma anche i membri della famiglia di Filippo, e di suo zio Dickie Mountbatten, furono membri aristocratici molto impegnati dell’apparato del partito nazista. Si tratta di qualcosa da considerare tenendo presente le iniziative dei complici di Cheney — George Shultz e il banchiere Felix Rothayn — di privatizzare le istituzioni dei militari e dell’intelligence negli USA secondo il precedente delle SS di Adolf Hitler.

I fatti essenziali da tener presente sono questi.
A partire da quando il kaiser Guglielmo II licenziò il cancelliere Bismark, la politica della monarchia britannica ha puntato a distruggere la Germania con una guerra generale mirante a mettere Inghilterra, Francia e Russia, tra gli altri, contro l’Europa centrale di lingua tedesca. L’Inghilterra rinunciò a sostenere Hitler soltanto quando fu chiaro che quest’ultimo era stato convinto dai militari tedeschi a rinunciare ai propri piani di attaccare per prima cosa l’Unione Sovietica.
Il rapido sviluppo industriale della Germania sotto Bismarck, un ammiratore dell’America, in particolare a seguito di una visita compiuta in Germania dall’economista americano Henry C. Carey, indusse il principe di Galles (poi Edoardo VII) a concepire la distruzione della Germania con una guerra continentale che sarebbe diventata lo scopo principale della sua monarchia, e questo scopo è poi tornato alla ribalta da quando il primo ministro Margaret Thatcher e il presidente Francois Mitterrand hanno imposto alla Germania le condizioni deliberatamente distruttive dell’accordo di Maastricht, euro compreso.

L’elemento da sottolineare, nelle reminiscenze del principe Filippo sui collegamenti nazisti del ramo tedesco della sua famiglia, non sta nel poter dire che il consorte reale è un nazista, ma sta nel fatto che vi sono state situazioni in cui ambienti importanti in Inghilterra hanno ritenuto fenomeni come il nazismo utili strumenti con cui stroncare la sfida agli interessi finanziari imperiali di Londra proveniente dal continente europeo. Questo è il collegamento tra le reminiscenze del principe Filippo e gli sforzi di privatizzare i militari e l’intelligence negli USA, che sono di stampo nazista.
Le reminiscenze del principe Filippo finiscono all’attenzione del pubblico nel momento in cui nella stessa monarchia britannica sono in corso dei cambiamenti. Il principe Carlo subentrerà, adesso o tra non molto, ai suoi genitori? E che cambiamenti si prospettano per le istituzioni della monarchia e per il centro finanziario della City di Londra, che possono essere provocati da un licenziamento, adesso o tra non molto, del compare di Cheney, Tony Blair?
La questione reale dietro le reminiscenze del principe è il progetto di eliminare l’istituzione dello stato nazionale, dal mondo intero, per istituire una forma di governo mondiale dell’oligarchia finanziaria imperiale chiamata “globalizzazione”. In questo si colloca il collegamento tra il fatto che i liberal inglesi e francesi hanno per un periodo promosso il nazismo, nel passato, e l’attuale iniziativa di Cheney, Shultz e Rohatyn per privatizzare i militari e l’intelligence USA. Questa marcia procede di pari passo a quella della Federalist Society

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sabato, 10 febbraio 2007

“Foibe”

ERAN GIORNI DI SANGUE

ERAN GIORNI SENZA FINE
PERLE ORDE SLAVE L'ULTIMO CONFINE
ERAN GLI ULTIMI FUOCHI DI UNA INFINITA GUERRA
E QUEI BARBARI FEROCI VOLEVAN QUELLA TERRA
UOMINI E DONNE  VENIVAN MASSACRATI
LORO SOLA COLPA ITALIANI ESSER NATI
VECCHI E BAMBINI GETTATI NEGLI ABISSI
SPINTI GIU' NEL VUOTO DAI GENDARMI ROSSI
FOIBE NELLA ROCCIA E DI ROCCIA ERA ANCHE IL CUORE
DI UN MARESCIALLO BOIA DI TANTA GENTE SENZA NOME
VENIVANO SOSPINTI CON FURORE E ODIO
VITTIME PRESCELTE PER UN VERO GENOCIDIO
E DOPO 50 ANNI HAN FINTO DI SCOPRIRE
CIO' CHE SEMPRE SI E' SAPUTO
E CONTINUANO A MENTIRE
MA NON AVRA' MAI PACE QUELLA NUDE OSSA
FINCHE' ESISTERA' L'IMMONDA BESTIA ROSSA
E' PASSATO TANTO TEMPO MA IL MIO CUORE GIOISCE ANCORA
QUANDO SIGNORA MORTE SUONO' LA SUA ULTIMA ORA
PER QUEL MARESCIALLO ASSASSINO D'INNOCENTI
PER QUEL BOIA IMMONDO AGUZZINO DI TANTI
E NON POSSO PIU' SCORDARE CHE IL MIO CUORE PIANGE ANCORA
AL RICORDO DI UN PRESIDENTE CHE HA BACIATO LA SUA BARA
PRESIDENTE DI QUELL'ITALIA CHE HA VOLUTO DIMENTICARE
CHI FU MASSACRATO PERCHE' ITALIANO VOLEVA RESTARE



Così la vergogna delle foibe sopravvive all’oblio marxista

di Redazione - giovedì 08 febbraio 2007,
Marx voleva cambiare la storia futura secondo i suoi desideri e, per raggiungere l’obiettivo, creò una filosofia della storia che, mediante la lotta di classe, metteva tutte le cose in ordine come voleva lui. I marxisti hanno fatto la stessa operazione nei vari settori in cui hanno lavorato: politica, storia, filosofia, letteratura, sociologia. La storia delle foibe è esemplare. Per cinquant’anni, come ha detto giustamente il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, i governi del nostro paese hanno dimenticato gli esuli. Il dramma delle foibe e degli istriani e dalmati è stato cancellato perché non trovava spazio nella storia italiana dal 1945 in poi secondo il modello della storiografia marxista che egemonizzò istituzioni, scuole, giornali. Fu cancellato non solo il fatto - le «fosse di Tito» e l’esodo degli italiani - ma anche la sua memoria.
Se cambiamo materia e passiamo dalla storia alla storia della filosofia le cose non cambiano. La Bompiani ha pubblicato «la prima e unica traduzione integrale a livello nazionale e internazionale» della classica raccolta dei frammenti dei Presocratici realizzata al principio del XX secolo da Hermann Diels e Walther Kranz. A curare per l’Italia i frammenti di Parmenide, Eraclito, Pitagora, Anassimandro, Anassimene e i tantissimi altri filosofi che sono, come disse Jean-Paul Dumont, «la memoria della nostra civiltà occidentale», è Giovanni Reale che ha fornito questa «traduzione integrale» proprio per riparare alla «manomissione del sapere filosofico», come ha detto lo stesso Reale ad Armando Torno, operata dai marxisti. Fatto, questo, in sé curioso perché da circa quarant’anni esiste in Italia una traduzione del Diels-Kranz edita da Laterza e curata da Gabriele Giannantoni, un signor filologo. Eppure, proprio questa traduzione, che è ritenuta completa, completa non lo è affatto. Molte sono le omissioni e sono trascurati i problemi filosofici, mentre ci si sofferma su cose non essenziali. Perché? Perché la filosofia italiana, dal secondo dopoguerra, nelle università è stata come sequestrata «da una precisa concezione politica che cercava di svuotare i veri significati delle idee, soprattutto di quelle forti».


L’ateneo anti Coca-Cola vieta mostra su foibe
Il caso a Roma Tre: «Foto troppo crude». I giovani di An sfilano con le immagini al collo. Villari: doveva essere autorizzata
Una delle immagini sulla mostra negata sulle foibe (Benvegnù Guaitoli)
ROMA
- La mostra per ricordare le vittime delle foibe si farà lo stesso. Nonostante la mancata concessione dell’atrio della facoltà di Economia da parte dei vertici dell’ateneo. Gli organizzatori sfileranno, oggi, nel cortile di fronte alla sede universitaria a mo’ di uomini sandwich: con i cartelloni «censurati» al collo. Non accennano a diminuire le polemiche all’università Roma 3, dopo la decisione della preside della facoltà, Maria Paola Potestio, avallata dal rettore Guido Fabiani, di vietare la manifestazione in ricordo delle vittime trucidate tra il 1943 e il 1945: una mostra per un giorno organizzata dai giovani di «Azione universitaria», movimento studentesco vicino ad An, e dal «Comitato 10 febbraio».
«L’ateneo romano è stato l’unico, su 70 università italiane, ad aver negato lo spazio per l’iniziativa», protesta il segretario del movimento Giovanni Donzelli. Un via libera unanime, quello degli altri atenei, che ieri ha messo in imbarazzo la preside Potestio. Dalla «Cattolica» di Milano alla «Sapienza» di Roma, la mostra ha ottenuto il permesso. «Se è così sono felice», risponde la preside. E non c’è ironia nelle sue parole: «Il mio "no" - spiega - è stato dettato dalla crudezza di certe immagini. Anche l’idea di esporre la prima pagina dell’"Unità" all’indomani della morte di Tito mi è parsa una provocazione. Ho pensato che una mostra così potesse accendere gli animi e suscitare tafferugli. Ma se altrove tutto andrà liscio ammetterò pubblicamente di aver sbagliato, chiedendo scusa». Una decisione, la sua, presa in totale autonomia? «Non mi faccia domande imbarazzanti». Ma la domanda è d’obbligo: ha deciso lei di vietare la mostra? «Sì. Ma mi sono consultata con il rettore».
A indicare direttamente nel «magnifico» Guido Fabiani «il vero e unico censore» sono gli stessi studenti di «Azione universitaria». Ma lui, già assurto nel marzo scorso ai ranghi della cronaca per il caso «Coca Cola» (una delibera in cui, dopo un’ipotesi di boicottaggio, si scelse di «affiancare» alle bibita, nelle macchinette dell’università, anche prodotti del consumo equo e solidale), difende la sua scelta: «Nessuna censura. Siamo pronti a trattare questa materia, serissima, in maniera seria. Nessun problema a concedere spazi per iniziative che si addicano a un’università. La storia nelle aule va bene, ma la politica resti fuori».
Giustificazione che però lascia perplessi alcuni «big» che nelle aule di Roma 3 insegnano.
«Non capisco perché non sia stata autorizzata - si stupisce lo storico Lucio Villari - tanto più in un momento in cui le alte cariche dello Stato celebrano giustamente il ricordo di una tragedia. Probabile che la mostra avesse una coloritura politica, ma ciò significa poco». Sulla stessa linea Linda Lanzillotta, docente e membro della direzione della Margherita: «Sono contraria a ogni forma di divieto per l’espressione di opinioni, anche se frutto di una visione storiografica discutibile». «Contrario a ogni censura» anche il filosofo Giacomo Marramao, che però giustifica Fabiani: «Giusto ricordare le vittime dell’orrore. Ma, se organizzata da studenti, una mostra congiunta su foibe, gulag e campi di concentramento sarebbe stata più opportuna».
Edoardo Sassi
09 febbraio 2006
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